Sab 22 Giugno 2024

Fotocamera di cartone Kikkerland Camera

 

(Estratto da Tutto Digitale 81 – Aprile 2013)

Fotocamera di cartone Kikkerland Camera

Una vera Kikka! Direttamente dagli albori della fotografia un apparecchio a foro stenopeico, interamente costruito in cartone, per catturare le immagini da veri pionieri

Dimentichiamoci della reflex, della compatta o dello smartphone. Si torna a scattare vere fotografie. Che altro non vuol dire che scrivere con la luce. Ma non in senso figurato.

Questo mese su Tutto Digitale si scrive con la luce letteralmente. Non è il solito pesce d’aprile, ma una singolare, simpatica ed affascinante realtà. In un negozio di design, del genere ‘viva i gadget’, abbiamo scoperto in vendita questa fotocamera molto particolare, interamente costruita in cartone, con la quale è possibile dare libero sfogo alla creatività.

La macchina si presenta come una scatola di cartone schiacciata, o meglio in ‘scatola di montaggio’. Per utilizzarla, infatti, bisogna prima montare i vari pezzi sagomati a mo’ di puzzle. Quindi è necessario armarsi di tanta pazienza (lo consigliano anche le istruzioni), di un rotolo di nastro biadesivo, di colla stick, un paio di forbici e mettersi al lavoro.

Le istruzioni sono in inglese, ma il procedimento è descritto passo per passo e, con un po’ di attenzione e una certa manualità, si superano le difficoltà legate all’assemblaggio.

Il tutto per vedere cosa riesce a fare quello che, a tutta prima, sembra essere nient’altro che un giocattolo, per di più privo di uno degli elementi fondamentali nella cattura dell’immagine, ovvero l’obiettivo.

L’ombelico del mondo

La Kikkerland Camera è una macchina fotografica del tipo a foro stenopeico, che utilizza un forellino al posto dell’ottica.

kikka istruzioni

L’assenza del gruppo di lenti fa sì che le immagini siano a fuoco in ogni punto e totalmente prive di aberrazioni di qualsiasi genere (tutte legate alla presenza dell’obiettivo: coma, astigmatismo, aberrazioni cromatiche di varia natura, curvatura di campo, ecc.).

D’altro canto la nitidezza è di gran lunga inferiore a quella che si ottiene con un obiettivo e, quindi, le fotografie scattate su un negativo di piccolo formato come il 35mm non si prestano a forti ingrandimenti. In origine, infatti, gli apparecchi a foro stenopeico utilizzavano negativi di grande formato che venivano stampati a contatto direttamente in camera oscura.

Realizzare un apparecchio di questo tipo non è difficile. Basterebbe dipingere di nero l’interno di una scatola a tenuta di luce, praticando un forellino al centro di un lato ed inserendo la pellicola su quello opposto. Che è poi il modo in cui funziona la Kikkerland.

L’importante è sapere che le dimensioni del foro, la sua distanza dalla pellicola e le dimensioni dei fotogrammi sono direttamente connessi tra loro ed influiscono sulla nitidezza delle fotografie, sulla luminosità e quindi sul tempo di posa e sull’angolo di campo abbracciato.

Più piccolo è il diametro del foro, maggiore sarà, entro certi limiti, la nitidezza. Infatti bisogna fare attenzione che il foro non sia eccessivamente piccolo in quanto il fenomeno della diffrazione abbasserebbe la nitidezza generale dell’immagine.

Infine, l’angolo di campo abbracciato è determinato dalle dimensioni della pellicola e dalla sua distanza dal foro. Il foro stenopeico non deve essere solo piccolo, ma realizzato con cura, il più possibile tondo e ricavato su una superficie dallo spessore molto ridotto.

Gli amanti del fai da te saranno felici di sapere che i fogli di alluminio si sono dimostrati utili all’uopo, con l’accortezza di dipingere di nero il lato del foglio che si trova all’interno dell’apparecchio.

La soluzione più pratica è quella di utilizzare un foglietto di alluminio di pochi centimetri quadrati applicato in corrispondenza di un’apertura praticata su una superficie rigida di dimensioni maggiori (cartoncino rigido o legno).

La formazione dell’immagine

In una fotocamera a foro stenopeico i raggi di luce riflessi dai differenti punti del soggetto in direzione del foro lo attraversano e continuano a propagarsi in linea retta fino ad impressionare la pellicola.

kikka pakage

Per la geometria delle rette, sulla pellicola si formerà un’immagine che sarà la riproduzione esatta del soggetto, chiara dove quest’ultimo è chiaro, scura dove è scuro. Se si avvicina la pellicola al foro, l’immagine del soggetto diventerà più piccola, se la allontaniamo sarà più grande. Se fosse possibile avere un foro con diametro talmente ridotto da lasciar passare un solo raggio di luce si potrebbe ottenere un’immagine perfettamente definita di tutti i soggetti, a prescindere dalla loro distanza.

Questo, ovviamente, in teoria. La pratica ci insegna che un foro molto piccolo creerebbe un’immagine così poco luminosa da richiedere un tempo di esposizione enorme senza contare che, a causa della diffrazione dovuta ai bordi del foro, l’immagine apparirebbe confusa. Ecco spiegato il perché di norma si utilizza una lente o, meglio, un gruppo di lenti (l’obiettivo) per la formazione delle immagini.

Passeggiata al Foro

La fase di costruzione del piccolo gioiello di cartone non deve essere presa sotto gamba. Richiede molta pazienza e alcune ore di tempo, nonché una buona dose di manualità. In particolare, bisogna essere molto precisi nel piegare i lembi di cartone per poi incollare i vari pezzi in maniera tale che risultino a tenuta di luce.

All’interno del kit di montaggio ci sono solo le sagome della macchina, ma il collante dobbiamo metterlo noi. Si può utilizzare sia la colla stick, che il nastro biadesivo tagliato in piccole strisce. Il secondo è più comodo, rapido (non deve asciugare) e fornisce una tenuta a prova di bomba.

La colla è utile nei passaggi dove si deve lavorare di fino come quelli per l’assemblaggio del meccanismo di avanzamento della pellicola con relativa rotella rigorosamente di cartone. Dopo aver eseguito i vari passaggi a regola d’arte ci ritroveremo con tre piccole scatole, da assemblare una dentro l’altra come una sorta di matrioska, che costituiscono il fronte, il dorso e l’interno dell’apparecchio che ospita l’alloggiamento per il rullino con il meccanismo di caricamento/avanzamento.

Prima di uscire a scattare fotografie è necessario inserire la pellicola, ovvero un (un rullino di formato 24x36mm). L’operazione non è complicata, ma bisogna eseguirla con delicatezza per non rischiare di danneggiare il rocchetto ricevente (di carta anch’esso!).

Il rullino va inserito al contrario (quindi con la coda in basso) e la coda va infilata nel rocchetto ricevente avendo l’accortezza di piegarla in modo che possa essere trascinata senza che esca dalla sede. Una volta effettuata l’operazione basta eseguire qualche giro a vuoto per far sì che il film sia stato agganciato.

Dal momento che non c’è il pressapellicola a mantenere piana l’emulsione, bisogna cercare di tirare (agendo sulla rotella di avanzamento) quanto più possibile la pellicola in modo da farla rimanere tesa. Il rischio è quello di ritrovarsi con i fotogrammi ondulati. Infine, si posiziona il dorso ad incastro senza aggiungere alcun collante, ma solo premendolo all’interno del guscio di cartone la parte anteriore della fotocamera e il gioco è fatto.

Come i pionieri!

Fotografare con la Kikkerland Camera è come fare un salto indietro di due secoli nel passato. Si ha la sensazione di avere a che fare con l’essenza stessa della fotografia: luce e chimica. Perfino l’ottica rimane ai margini visto che la macchina è sprovvista di obiettivo. Ecco quindi che, quello che all’inizio sembrava un gioco, si tramuta in qualcosa di molto diverso ed impegnativo, che richiede una buona dosa di esperienza per via delle numerose limitazioni imposte dall’apparecchio. La prima è senza dubbio l’inquadratura che va eseguita senza l’ausilio di alcun mirino.

Dalle istruzioni sappiamo che l’angolo di campo abbracciato è pari a quello di una focale di circa 35mm (65° sulla diagonale del fotogramma), quindi dobbiamo regolarci ad occhio. In alternativa possiamo portare la nostra reflex o la compatta ed impostare la focale equivalente per poi eseguire l’inquadratura. Ma è un’operazione scomoda e macchinosa. E poi che gusto ci sarebbe? La seconda limitazione è l’esposizione.

kikka PalazzodeiCongressi

Sul dorso (proprio come le vecchie folding dei nostri nonni) è indicata un’esposizione consigliata per una pellicola di sensibilità pari a 100 ISO, di circa 2-3 secondi in pieno sole, che salgono a circa 3-4 secondi con il cielo nuvoloso fino ad arrivare a 30 minuti in notturna. Questo significa che evitare il mosso è praticamente impossibile anche perché non si può fissare saldamente la macchina sul cavalletto, vista l’assenza della presa filettata per treppiedi. Inoltre, il meccanismo di esposizione, se così si può chiamare, è costituito da una semplice saracinesca di cartone che bisogna alzare per scoprire il foro e lasciare passare la luce, riabbassandola ad esposizione eseguita. Ed in questa fase anche i fotografi più attenti non possono evitare di trasmettere vibrazioni indesiderate…

Per usare una macchina del genere bisogna entrare nello spirito pionieristico ed avventuroso dei primi fotografi, infischiandosene delle regole e delle convinzioni legate alla nitidezza, alla resa cromatica, all’esposizione ponderata e via discorrendo. Nella produzione dell’immagine con la macchina di cartone a foro stenopeico il caso ha un peso determinante.

Dopo una lunga seduta di training autogeno per convincerci di tutto questo, siamo usciti a fotografare. Per prima cosa, però, abbiamo voluto scattare all’interno con la macchina semplicemente appoggiata sul treppiedi. Poi abbiamo scelto alcuni scorci familiari del nostro quartiere cercando di comporre un’inquadratura convincente. Infine abbiamo eseguito anche il più classico degli autoritratti. Tutto quasi sempre a mano libera.

Ci siamo detti: dal momento che evitare il mosso in assoluto è impossibile, tanto vale scattare foto mosse deliberatamente. L’ultima operazione prima di portare il rullino al laboratorio per lo sviluppo è stata quella di entrare nella camera oscura, ovvero il bagno di casa, oscurare le finestre, mettere l’asciugamano sotto la porta per non far passare la luce e, al buio completo, scaricare la macchina. Ciò significa, in pratica, separare il dorso dalla parte frontale, estrarre il rullino e, delicatamente, avvolgere il film a mano (ovviamente dal rocchetto del rullino stesso) fin quando la coda non esce dal rocchetto di cartone. Solo allora si potrà accendere la luce.

Al momento del ritiro del rullino sviluppato la curiosità era alle stelle: chissà cosa sarà venuto fuori e, soprattutto, se sarà venuto fuori.

kikka Panchina

Abbiamo chiesto il solo sviluppo in vista di una scansione eseguita con un Epson V700 Photo dei negativi ottenuti da una pellicola a colori Kodak 160 VC. Eravamo preparati alla scarsa qualità dei risultati, ed il confronto con la dura realtà ha confermato le aspettative.

Tutti gli schemi della fotografia così come l’abbiamo imparata sono completamente saltati. Ma proprio per questo, eseguite le scansioni, ci siamo accorti di avere per le mani qualcosa di molto interessante a livello di pura creatività.

Che, inoltre, si presta molto bene all’integrazione digitale attraverso la postproduzione. Con un po’ di lavoro al PC si ottengono scatti plausibili dall’effetto vintage molto marcato con colori che sembrano venuti da un altro mondo e contorni indefiniti e sfuggenti dei soggetti ripresi.

E se i più tradizionalisti tradurrano tutto questo in: nitidezza zero, resa cromatica nulla, qualità d’immagine non pervenuta, siamo convinti che molti altri saranno curiosi di sperimentare sul campo le doti della piccola Kikkerland scoprendo, magari, una nuova strada per realizzare fotografie d’arte all’alba del terzo millennio.

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